Cenni storici sulla nascita delle carte geografiche

 

Preistoria : Sin da tempi immemorabili l’uomo ha avuto la necessità di raffigurare l’ambiente in cui vive.

Le prime testimonianze di carte pervenuteci risalgono a circa 15.000 anni fa.

A fianco: Il  graffito di Mezin (Ucraina) rappresenta un accampamento ed un fiume che scorre nelle vicinanze.

 

Civiltà babilonese: Con le grandi civiltà mediorentali si sentì la necessità di conservare traccia dei possedimenti conquistati e di rappresentare i limiti delle proprietà fondiarie. (Qui a sinistra)

Risalgono infatti a tale periodo (2400-2200 a.C.) numerosi abbozzi cartografici pervenutici.

 

 

 

 

Civiltà egizia : Anche gli Egizi produssero delle rappresentazioni della superficie terrestre, prive comunque sempre di un sistema di riferimento, ma costiuite solo da degli schizzi che schematizzano i reciproci rapporti spaziali degli elementi raffigurati.  Tuttavia ci sono alcuni elementi che suggeriscono che gli egizi avessero compiuto degli studi geodetici per stimare il raggio terrestre.  Il più forte è il fatto che la piramide di Cheope, che secondo recenti studi costituisce una ingegnosa mappa stellare, presenta un rapporto tra il perimetro e l’altezza pari a 2π. Inoltre l’unità di misura adottato dai costruttori della piramide è il cubito sacro, detto appunto “piramidale”, noto solo ai sacerdoti e diverso da quello demotico, pari a 0,635 660 m, che corrisponde abbastanza esattamente a un decimillesimo del raggio medio terrestre.

 

Il primo a fare una carta del Mediterraneo fu Dicearco da Messina, che ideò un sistema basato su due linee principali ortogonali su cui si sviluppava un reticolo di quadrati, ma si ispirò a teorie matematiche e tecniche sviluppate da Egizi e Mediorientali, oltre a prendere spunto dalle esplorazioni dei Fenici.

Ulteriori innovazioni apparvero un centinaio di anni dopo grazie agli studi di Erastotene di Cirene (276-196 a.C.), culminati con la carta di tutte le terre emerse sulle quali era tracciato un reticolato geometrico seppur ancora grossolano ed impreciso.

Nota: Dicearco da Messina: Viaggiò in Grecia per parecchio tempo. Ad Atene fu discepolo e pupillo di Aristotele (studi rigorosamente scientifici). L’atteggiamento contemplativo verso la natura viene superato e sostituito da Dicearco con un modello di vita attiva e responsabile. Nel pensiero del filosofo messinese, l’uomo è responsabile del proprio destino e la decadenza è dovuta al cattivo uso della ragione. Dicearco esalta, nelle sue opere, la superiorità della vita attiva su quella contemplativa, rinnega il fato e mette nelle mani dell’uomo la responsabilità nella costruzione del proprio destino. Dicearco sostiene che, essendo moralmente sbagliato fare del male ad altri esseri che possono provare dolore, gli uomini devono rispettare, oltre ai propri simili, anche gli animali.

Senza voler trascurare le pitture di paesaggio e lo sviluppo cartografico nell’antica Cina e gli studi paralleli nell’America pre-colombiana, evidenziati da pittogrammi e bassorilievi aztechi e incas, sempre nell’antica Grecia fu Anassimandro nel VI secolo a.C. a disegnare l’intera terra, vista come un disco circondato da un Oceano.  (Qui a destra)

Della vita di Anamissandro non si conosce quasi nulla.

Diogene Laerzio riferisce l’apparentemente insignificante aneddoto secondo il quale sarebbe stato deriso, mentre cantava, da alcuni bambini, esclamando allora: «Bisognerà cantare meglio, per via dei bambini»: episodio che indicherebbe la necessità di far ben comprendere agli ingenui le verità da lui conosciute.

La tarda Suda, (enciclopedia storica in lingua greca del X secolo) gli attribuisce le opere sulla natura, il giro della terra, sulle stelle fisse, la sfera e «alcune altre».

Lo dichiara discepolo e parente di Talete e ne fa lo scopritore degli equinozi, dei solstizi e degli “orologi“.

Secondo Eusebio di Cesarea, Anassimandro: «per primo costruì degli gnomoni per conoscere le rivoluzioni del sole, il tempo, le stagioni e gli equinozi» mentre Eliano riporta che Anassimandro avrebbe guidato i Milesi alla fondazione della nuova colonia di Apollonia.

Cicerone, dal canto suo, afferma che «i Lacedemoni furono avvertiti da Anassimandro, lo studioso della natura, a lasciare la città e le case, vegliando in armi sui campi, perché era imminente un terremoto, dopo il quale evento la città rimase del tutto distrutta e venne giù dal monte Taigeto una massa rocciosa della grandezza della poppa di una nave».

Due secoli dopo vennero abbozzate la latitudine e la longitudine e nel III secolo a.C. Ipparco suddivise per primo la carte in paralleli e meridiani.

Ipparco di Nicea, noto anche come Ipparco di Rodi è stato un astronomo, matematico e geografo greco antico.

Tra i più grandi astronomi dell’antichità, nessuna delle sue opere, almeno quattordici, si è conservata, eccetto un commentario su un poema di argomento astronomico di Arato di Soli. A lui si deve la scoperta della precessione degli equinozi.

Gli antichi Romani si soffermarono soprattutto sull’aspetto pratico delle carte, quindi trascurarono gli studi di cosmografia e di geografia matematica, basti pensare alla Tabula Peuntingeriana del IV secolo, basata sui rilievi eseguiti da corpi militari. Di un certo interesse per la cartografia futura fu la Forma imperii, una carta geografica raffigurante l’Impero.

La Tavola Peutingeriana o Tabula Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostrava le vie militari dell’Impero. Porta il nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger che la ereditò dal suo amico Konrad Celtes, bibliotecario dell’imperatore Massimiliano I. Peutinger avrebbe voluto pubblicare la carta, ma morì prima di riuscirci.

Tavola Peutingeriana

La Tavola è composta da 11 pergamene riunite in una striscia di 680 x 33 centimetri. Mostra 200.000 km di strade, ma anche la posizione di città, mari, fiumi, foreste, catene montuose. Non è una proiezione cartografica, quindi il formato non permette una rappresentazione realistica dei paesaggi né delle distanze, ma non era questa l’intenzione di chi l’aveva concepita. La carta va piuttosto considerata come una rappresentazione simbolica, una sorta di diagramma come quello di una metropolitana, che permetteva di muoversi facilmente da un punto ad un altro e di conoscere le distanze fra le tappe, ma non voleva offrire una rappresentazione fedele della realtà.

La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. – 12 a.C.), amico e genero dell’imperatore Augusto e, tra l’altro, costruttore del primo Pantheon, in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123.

Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus publicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell’impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell’imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto la Porticus Vipsaniæ, non lontano dall’Ara Pacis, lungo la Via Flaminia.

La Tabula mostra tutto l’Impero romano, il Vicino Oriente e l’India, indicando il Gange e Sri Lanka (Insula Taprobane). Vi è menzionata anche la Cina.

Vi sono indicate circa 555 città e altre 3.500 particolarità geografiche, come i fari e i santuari importanti, spesso illustrati da una piccola figura.

Le città sono rappresentate da due case, le città sede dell’Impero – Roma, Costantinopoli, Antiochia – sono segnalate da un medaglione.

Proprio l’assenza della città di Alessandria d’Egitto, può consentire di datare la Tavola con buona precisione. Vi sono inoltre indicate le distanze, sia pure con minore o maggior precisione.

Il primo foglio rappresenta l’est delle Isole britanniche, l’Olanda, il Belgio, una parte della Francia e l’ovest del Marocco. L’assenza della penisola iberica lascia supporre che un dodicesimo foglio, oggi mancante, rappresentasse la Spagna, il Portogallo e la parte occidentale delle isole britanniche.

La Tabula fu infine stampata nel 1591 ad Anversa con il nome di Fragmenta tabulæ antiquæ dal famoso editore Johannes Moretus.

Il manoscritto è generalmente datato al XIII secolo. Sarebbe opera di un anonimo monaco copista di Colmar, che avrebbe riprodotto verso il 1265 un documento più antico.

Per quanto attiene a talune specifiche indicazioni, l’originale deve essere posteriore al 328, perché mostra la città di Costantinopoli, che fu fondata in quell’anno; mentre per altre (come ad esempio nella Pars IV – Liguria di Levante) potrebbe essere antecedente al 109 a.C. data di costruzione della Via Emilia Scauri, che non vi è indicata.

Non è neppure indicato il collegamento viario tra Pisa e Luni, considerando che tale tratto appare occupato dalle Fosse Papiriane (le estese paludi che occupavano la attuale Versilia indicate come Fossis Papirianis).

Evidentemente la Tabula, all’origine, doveva essere stata costruita “per blocchi” di osservazione e non doveva essere più stata aggiornata. Infatti, ad ulteriore esempio, mostra la città di Pompei, che non fu mai più ricostruita, dopo l’eruzione del Vesuvio nel 79.

D’altra parte, vi sono indicate alcune città della Germania inferiore che furono distrutte e abbandonate dopo il V secolo.

La Tabula è attualmente conservata presso la Hofbibliothek di Vienna, in Austria, e detta per ciò Codex Vindobonensis. Ne esiste anche una copia in bianco e nero negli archivi della cartothèque de l’IGN, a Parigi; la sua datazione è problematica, così come la sua provenienza. 

 

 

 

 

 

 

L’immagine mostra i Balcani, la Jugoslavia, l’Adriatico con l’isola di Cefalonia, la Puglia, la Calabria, la Sicilia e la costa libica di fronte

 

 

 

 

 

 

 

La zona di Forlì (Forum Livii) e Ravenna: si noti il modo diverso di indicare le due città.

 

 

 

 

 

Tabula Peutingeriana: Pars IV – Segmentum IV ; Rappresentazione delle zone Apuane con indicate le colonie di Pisa, Lucca, Luni, il nome “Sengauni” e, poco sotto, il “Forum Clodii” ; il tratto Pisa-Luni non è ancora collegato

 

 

 

Un grande balzo in avanti nella cartografia venne compiuto da Marino di Tiro, intorno alla prima metà del II secolo, che elaborò per primo la longitudine e la latitudine dei singoli luoghi non più basandosi sulle distanze lineari, bensì sui gradi.

Marino di Tiro aveva realizzato una carta geografica del mondo conosciuto che anticipava diverse caratteristiche dell’opera geografica di Tolomeo. In particolare Tolomeo segue Marino nello scegliere come estremità occidentale del mondo abitato, e come meridiano di riferimento, quello passante per le Isole Fortunate e come limite settentrionale il parallelo di Thule.

Anche verso Sud e verso Est le località estreme considerate sono grosso modo le stesse per i due geografi.

Non altrettanto può però dirsi per le loro coordinate: la differenza di longitudine tra le Isole Fortunate e le località asiatiche più orientali considerate (in Cina e in Indocina), che Tolomeo stima in 180°, era stata infatti considerata da Marino pari a 225°.

Marino di Tiro aveva stimato 500 stadi la lunghezza di un grado di meridiano, rifiutando il valore di 700 stadi che era stato determinato da Eratostene e accolto da Ipparco.

Anche in questo caso la sua scelta sarà fatta propria da Tolomeo.

Invenzione della proiezione cartografica cilindrica

Per realizzare le sue carte, Marino aveva usato una semplice proiezione cartografica cilindrica, nella quale meridiani e paralleli sono rappresentati con segmenti che formano un reticolo quadrato. Questa scelta sarà considerata accettabile da Tolomeo solo per le carte regionali e non per la carta generale del mondo abitato.

Lo storico arabo Abul al Hasan, del X secolo, afferma di aver visto un’opera di Marino contenente carte geografiche, ma Berggren e Jones ritengono che l’opera vista dallo studioso arabo fosse una ricostruzione effettuata sulla base delle informazioni trasmesse da Tolomeo.

Nel periodo ellenistico Tolomeo compilò 26 mappe basandosi sulle osservazioni di Marino da Tiro.

Il merito di Tolomeo fu quello di ridurre l’ecumene (porzione di Terra conosciuta e abitata dall’uomo) a 180°, avvicinandosi quindi ad una misura più esatta (125°), riuscendo a progettare una carta comprensiva di tutto il mondo noto, in cui venne usata per la prima volta una proiezione conica semplice, con i paralleli disposti come archi di cerchio concentrici.

Invece il Medioevo europeo, differentemente da quello arabo, fu contraddistinto da una grande ignoranza sugli studi geografici anche precedenti ed i vari aspetti, dogmatici ed escatologici ( riflessione che si interroga sul destino ultimo dell‘essere umano e dell‘universo) , della religione cristiana contribuirono ad accentuare l’interesse artistico e fantasioso delle mappe.

Grazie all’impulso dato dalla civiltà araba anche in Europa si perseguì una cartografia più scientifica e nel 1311 Pietro Vesconte realizzò la prima carta nautica.

Con la scoperta dell’America i cartografi si dilettarono a rappresentare l’intero globo terrestre, e tra di essi si distinsero Giacomo Gastaldi, Egnazio Danti e Mercatore verso la fine de Cinquecento.

Con la misurazione della longitudine terrestre, eseguita nel 1680 dall’Accademia di Francia si concluse il capitolo della cartografia antica.

Verso la metà del Settecento Cesare Francesco Cassini allestì la prima carta completa topografica della Francia nella scala di 1:86.400 e nello stesso tempo subì un netto miglioramento anche la rappresentazione dei rilievi.

Un grande balzo in avanti nella cartografia venne compiuto da Marino di Tiro, intorno alla prima metà del II secolo, che elaborò per primo la longitudine e la latitudine dei singoli luoghi non più basandosi sulle distanze lineari, bensì sui gradi.

 Marino di Tiro aveva realizzato una carta geografica del mondo conosciuto che anticipava diverse caratteristiche dell’opera geografica di Tolomeo. In particolare Tolomeo segue Marino nello scegliere come estremità occidentale del mondo abitato, e come meridiano di riferimento, quello passante per le Isole Fortunate e come limite settentrionale il parallelo di Thule.

Anche verso Sud e verso Est le località estreme considerate sono grosso modo le stesse per i due geografi.

Non altrettanto può però dirsi per le loro coordinate: la differenza di longitudine tra le Isole Fortunate e le località asiatiche più orientali considerate (in Cina e in Indocina), che Tolomeo stima in 180°, era stata infatti considerata da Marino pari a 225°.

Marino di Tiro aveva stimato 500 stadi la lunghezza di un grado di meridiano, rifiutando il valore di 700 stadi che era stato determinato da Eratostene e accolto da Ipparco.

Anche in questo caso la sua scelta sarà fatta propria da Tolomeo.

Invenzione della proiezione cartografica cilindrica: Per realizzare le sue carte, Marino aveva usato una semplice proiezione cartografica cilindrica, nella quale meridiani e paralleli sono rappresentati con segmenti che formano un reticolo quadrato. Questa scelta sarà considerata accettabile da Tolomeo solo per le carte regionali e non per la carta generale del mondo abitato.

Lo storico arabo Abul al Hasan, del X secolo, afferma di aver visto un’opera di Marino contenente carte geografiche, ma Berggren e Jones ritengono che l’opera vista dallo studioso arabo fosse una ricostruzione effettuata sulla base delle informazioni trasmesse da Tolomeo.

Nel periodo ellenistico Tolomeo compilò 26 mappe basandosi sulle osservazioni di Marino da Tiro.

Il merito di Tolomeo fu quello di ridurre l’ecumene (porzione di Terra conosciuta e abitata dall’uomo) a 180°, avvicinandosi quindi ad una misura più esatta (125°), riuscendo a progettare una carta comprensiva di tutto il mondo noto, in cui venne usata per la prima volta una proiezione conica semplice, con i paralleli disposti come archi di cerchio concentrici.

Invece il Medioevo europeo, differentemente da quello arabo, fu contraddistinto da una grande ignoranza sugli studi geografici anche precedenti ed i vari aspetti, dogmatici ed escatologici ( riflessione che si interroga sul destino ultimo dell‘essere umano e dell‘universo) , della religione cristiana contribuirono ad accentuare l’interesse artistico e fantasioso delle mappe.

Grazie all’impulso dato dalla civiltà araba anche in Europa si perseguì una cartografia più scientifica e nel 1311 Pietro Vesconte realizzò la prima carta nautica.

Con la scoperta dell’America i cartografi si dilettarono a rappresentare l’intero globo terrestre, e tra di essi si distinsero Giacomo Gastaldi, Egnazio Danti e Mercatore verso la fine de Cinquecento.

Con la misurazione della longitudine terrestre, eseguita nel 1680 dall’Accademia di Francia si concluse il capitolo della cartografia antica.

Verso la metà del Settecento Cesare Francesco Cassini allestì la prima carta completa topografica della Francia nella scala di 1:86.400 e nello stesso tempo subì un netto miglioramento anche la rappresentazione dei rilievi.

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